Il Salone del Mobile, è sempre meraviglia
Ogni anno, c’è quel momento in cui si trattiene il fiato come per consentire di far entrare la folla. Il Salone del Mobile di Milano ha accompagnato 13 anni della mia vita e ogni volta sa suscitare in me profonda meraviglia, oltre a curiosità e ammirazione per ciò che tante mani silenziose sanno creare ogni giorno. Mi soffermo su ciò che si vede e ciò che si lascia intravedere, invitando a un’attenzione che vada oltre i giorni frenetici del Salone.
Penso che sia stato e continui a essere un’esperienza unica per me, nel mio percorso di giornalista economista. Non è un caso che la prima percezione dell’impatto della pandemia in me sia avvenuta proprio quando fu annullato. Poche settimane prima, ero stata alla presentazione, nella cornice per me vitale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il Covid sembrava una – devastante – questione cinese e mi sedetti all’unico posto libero: accanto a un giovane asiatico.
Poi il buio, su tutti, a lungo. Infine, di nuovo a “casa”. Perché questo è il Salone per me: una casa, a cui non mi abituo mai.
Ieri è stato il giorno dell’ufficialità, ma accanto a quel momento che si rinnova, ce n’è stato un altro, semplice e rivelatore poco prima.
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